Ci sono alunnni “normali” o “speciali”? Ne parliamo con il professor Fabio Dovigo, curatore dell’edizione italiana dell’Index per l’inclusione

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WeWorld: Perché è importante parlare di inclusione per tutti oggi nella scuola superando le categorie di normale e speciale?

Usare le categorie di “normale” e “speciale” in effetti non è molto utile. Generalmente quando ci riferiamo a qualcosa come “speciale” è per fare un apprezzamento. Invece a scuola è vero il contrario, il termine “speciale” ha un’accezione prevalentemente negativa. In passato veniva utilizzato per indicare gli alunni con disabilità, e oggi l’uso si è ulteriormente ampliato, arrivando a comprendere anche altri tipi di svantaggio (cognitivo, economico, linguistico-culturale ecc. ). In questo modo ha finito per diventare un’etichetta, che svalorizza gli studenti che per qualche motivo vengono giudicati “non all’altezza”. Ecco, credo che una domanda importante da porsi sia: all’altezza di che cosa? E chi stabilisce questa altezza? Definire speciali degli alunni con disabilità, DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento) o BES (Bisogni Educativi Speciali) significa focalizzarsi essenzialmente sui loro deficit, su ciò che loro manca a confronto con un ipotetico studente normale. Ne deriva una descrizione tendenzialmente negativa, fatta di “non” (l’alunno non sa leggere, non si comporta adeguatamente, non socializza…) e quindi di sforzi di colmare il divario rispetto a un modello definito a priori come normale.

Questo è stato l’approccio dell’integrazione, da tempo oggetto di critica fondamentalmente per due motivi: da un lato colloca il problema “dentro” le persone, anziché porsi l’obiettivo di superare gli ostacoli prodotti dal contesto scolastico e sociale; dall’altro non aiuta a vedere le risorse di cui queste persone sono portatrici, e quindi non riesce a valorizzarle al meglio. In altre parole, mentre l’integrazione riguarda alcuni, l’inclusione riguarda tutti. In quest’ottica distinguere tra alunni normali e speciali è non solo inutile, ma anche dannoso, in quanto traccia una demarcazione arbitraria che rapidamente diventa invalicabile: come tutte le etichette, è facile appiccicarle, ma è estremamente difficile toglierle. Poiché siamo tutti (e ci sentiamo) al tempo stesso normali e speciali, occorre trovare modi più ricchi di descrivere le persone e le loro potenzialità. Allo stesso modo, è fuorviante parlare di bisogni educativi speciali: ci sono bisogni diversi, così come ci sono anche esigenze, desideri, scelte educative che ognuno ha diritto di fare e di essere aiutato a fare.

WeWorld: In che misura il nuovo INDEX PER L’INCLUSIONE rappresenta uno strumento utile per insegnanti, educatori e chiunque sia interessato a ridurre il problema della dispersione scolastica, che come ha mostrato l’indagine LOST. Dispersione: il costo per la collettività ed il ruolo di scuole e terzo settore, rappresenta un grave danno per il nostro Paese?

L’Index per l’Inclusione, in particolare la nuova versione che abbiamo da poco curato per la Carocci editore, è stato utilizzato con successo da decine di scuole in diverse parti del mondo, e si è dimostrato uno strumento molto efficace per contrastare il fenomeno della dispersione scolastica. La caratteristica forse più evidente dell’approccio sviluppato da Tony Booth e Mel Ainscow, anche in riferimento al contesto italiano, è la sua capacità di coniugare una profonda conoscenza dell’organizzazione scolastica con una progettazione di comunità in grado di costruire alleanze con tutti gli stakeholders che possono collaborare all’innovazione dentro e fuori la scuola. Rispetto ad altre esperienze di ricerca-azione già presenti nel nostro Paese, mi sembra che gli elementi più rilevanti della proposta dell’Index siano tre. Da un lato vi è un impianto metodologico molto affidabile e allo stesso tempo flessibile, che consente ad ogni scuola di progettare un percorso graduale verso il cambiamento attraverso una grande autonomia nella progettazione e realizzazione degli interventi.

Come sottolineano gli autori, in linea con la tradizione del pragmatismo anglosassone, l’importante è iniziare, intraprendere il percorso verso la realizzazione e diffusione di politiche, pratiche e culture inclusive che aiutino a comprendere il senso e la necessità della formazione scolastica. Dall’altro vi è un profondo richiamo all’educazione come spazio cruciale di elaborazione da parte della comunità di valori intesi non solo come enunciati, ma anche come bussole per lo sviluppo di pratiche che contribuiscono a mettere in moto cambiamenti immediatamente percepibili da parte di coloro che sono più esposti a vivere l’esperienza scolastica in modo marginale o negativo, comprese le famiglie e gli alunni apparentemente più difficili da coinvolgere. Il terzo elemento, infine, è il sostegno attivo alla diversità come fattore critico per moltiplicare le risorse diffuse per l’apprendimento e la partecipazione di cui ogni scuola ha bisogno. Come ricordano gli autori, “in ogni territorio ci sono sempre più risorse per sostenere l’apprendimento e la partecipazione di quante non siano effettivamente utilizzate”. 

In questo senso l’Index rappresenta una grande opportunità in quanto strumento di orientamento e guida che aiuta a rintracciare e mettere in gioco queste risorse, facendole emergere proprio dalle situazioni che a prima vista appaiono particolarmente complesse o problematiche. Confermando così che il segreto non è la ricerca in quanto tale, ma il cercare insieme.